Intervista a Rub Kandy | Trame_Trasmissioni di Memoria

PICCOLO CINEMA SAN BASILIO di Rub kandy

Mimmo Rubino, anche conosciuto come Rub Kandy, è un artista italiano che rende attraverso l’utilizzo di diversi media complesse visioni e interviene nello spazio pubblico senza un convenzionale approccio, ma anzi unendo arte contemporanea e quella che comunemente viene considerata street art, da intendersi letteralmente come arte realizzata in strada. Una visione inusuale, e da una diversa angolazione, è quello che offre al pubblico spingendolo a più profonde riflessioni. Gli abbiamo chiesto qualche anticipazione sul suo progetto per TRAME_Trasmissioni di Memoria

Nei tuoi interventi nello spazio pubblico ti esprimi attraverso molteplici media, quali sono gli strumenti che utilizzerai per il progetto Trame?

Rub Kandy: L’opera prevede una parte fisica: la costruzione della struttura di un piccolo cinema all’aperto con materiali a basso costo. Poi c’è la parte della scelta della proposta culturale che prevede un tavolo di lavoro col Centro Anziani, dal quale escono i nomi dei film da proiettare e altre idee su nome e comunicazione.
La parte organizzativa, fatta di telefonate, mail, amici a cui implori di aiutarti, date che saltano, ospiti che confermano, permessi eccetera…
La parte della comunicazione prevede la costruzione della “Local Brand” PICCOLO CINEMA SAN BASILIO, dal sapore un po’ retrò un po’ hip-hop/soul, un marchio in cui i partecipanti possano riconoscersi, oltre a prevedere una serie di operazioni pubblicitarie che vanno dal “local” passaparola e manifesti nei portoni, al “global” Facebook, al teaser in cui i Vecchi del quartiere presentano il cinema. E, infine, quello che verrà dopo… che fine farà il cinema e cosa rimarrà al quartiere? Il cinema diventerà stabile o verrà smontato e venduto al ferro vecchio?
Qual è stato l’input di partenza per il tuo progetto? 
RK: Avevo una mezza idea, non chiara, ma mi era chiaro che non volevo fare murales o interventi che imponessero le mie immagini. Ultimamente mi annoia vedere disegni dappertutto. Volevo invece fare un format contenitore che potesse essere riempito indipendentemente dalla presenza o no dell’autore.
Durante i laboratori preliminari una signora ha tirato fuori dal suo borsellino una foto in cui stava all’uscita di un cinema. Le ho chiesto dov’era e lei mi ha detto che era a via di San Basilio, un edificio che ora ospita un supermarket e altre attività commerciali. A quel punto l’idea latente si è imposta da sola. “Facciamo il cinema!”, con l’immaginario meraviglioso che il cinema porta con sé, ci è sembrata la migliore proposta, un momento laico di incontro per gli abitanti del quartiere e non, un momento in cui consolidare una identità, un momento in cui scendere in piazza, e così ci siamo messi in questo guaio!
PICCOLO CINEMA SAN BASILIO di Rub Kandy
Com’è stato accolta dagli anziani la tua proposta?

RK:  Ho lanciato le pietre ai pazzi, e loro me le hanno rilanciate in quantità doppia. Alcuni entusiasti, altri dissacranti, molti mi prendono in giro (benedetti vecchi romani!) ma la maggior parte mi aiuta. Per quanto la televisione sia sempre accesa nelle cucine, scendere in strada con gli altri ha ancora il suo fascino.

Tutti, a Roma, hanno fatto una parte in un film. Dunque è stata dura scegliere i titoli, quello era girato a Testaccio, quello a Borgata Gordiani, in quello recitava la cognata di Una, in quell’altro c’era Quello come aiuto scenografo, quello è un film troppo da vecchi…
E tra una chiamata e l’altra Rub Kandy, sostenuto dagli anziani partecipanti, ha ottenuto grandi risultati ancor prima di iniziare: come nella migliore delle rassegne saranno presenti alle prime due proiezioni gli attori dei film selezionati. Aspettiamo quindi a San Basilio Venerdì 5 giugno gli attori Valerio Mastandrea ed Emanuel Bevilacqua per la proiezione di “L’odore della notte” di Claudio Caligari (1998) e Sabato 13 giugno per la proiezione di “Et in terra pax” di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini (2010) interverranno alla proiezione gli attori Germano Gentile, Michele Botrugno e Ughetta D’Onorascenzo. Durante la proiezione finale di Venerdì 19 giugno saranno invece tutti gli anziani che hanno partecipato al progetto ad introdurre “L’Onorevole Angelina” di Luigi Zampa (1947).
Rub Kandy, Artista

Intervista a Giulio Bonasera | TRAME_Trasmissioni di Memoria

Giulio BonaseraGiulio Bonasera è uno degli artisti selezionati per il progetto Trame_Trasmissioni di Memoria che attraverso l’illustrazione, declinata in progetti tanto editoriali e commerciali quanto sociali, sintetizza concetti e testi in immagini significanti in grado di dialogare con lo spettatore. La sfida che ha affrontato insieme al Centro Anziani di San Basilio è stata raccontare il territorio, la comunità e il loro mutare nel tempo attraverso un sentire collettivo scoperto tramite la memoria collettiva e i racconti personali degli anziani.
Sei un illustratore e hai tenuto in passato workshop per studenti, quali sono state le difficoltà o differenze nel relazionarsi con gli anziani?
GB: Sinceramente non mi sono trovato di fronte a particolari difficoltà. Sebbene avessi a che fare con un tipo di progetto dal carattere decisamente sperimentale, sono riuscito ad intraprendere un percorso personale in maniera abbastanza naturale, in primo luogo grazie alla spontaneità dei partecipanti e, subito dopo, grazie all’aiuto ricevuto da parte di WALLS e degli psicologi NOEO. Ho, però, sicuramente avuto modo di notare alcune differenze sostanziali nell’avvicinarmi a dei partecipanti così diversi dai più canonici ragazzi, con lo scopo di gestire un’attività di laboratorio volta ad instaurare una dinamica di scambio proficuo per tutti, me compreso, andando dalla mia particolare esigenza di trovare, nei loro racconti ed esperienze, degli spunti di riflessione ed espressione, alla loro voglia di partecipare in modalità attiva ad un processo creativo che ponesse alla propria base le loro individualità.
Genericamente tendiamo ad avere con gli anziani un rapporto particolare. Considerandoli come “maestri” in quanto depositari di una serie di nozioni ed esperienze, in generale di una cultura dalla quale attingere per trarne degli insegnamenti, non è stato per me così automatico calarmi nelle vesti dell’insegnante avendo davanti una così insolita, in questo contesto, categoria di persone: inizialmente gran parte del lavoro ha preso forma nel cercare di ritrovare, durante i primi incontri condivisi con gli psicologi NOEO, una dinamica colloquiale che, nei discorsi intrapresi di volta in volta, riuscisse a portare alla luce la capacità degli anziani di considerare le proprie esperienze e percezioni più o meno intime-personali o collettive non solo come delle testimonianze di un passato da ricordare, ma come risorse che potessero essere motore costitutivo di prospettive future e quindi, nel nostro caso, produrre immagini capaci di poter essere significative, non esauribili nella sola ottica di recupero storiografico della memoria urbana di un quartiere-territorio piuttosto che un altro. La più grande differenza tra un giovane ed un’anziano, nei termini specifici del pensare per immagini, è sicuramente riscontrabile proprio nella differenza del punto di vista da cui guarda alla vita: se da un lato si ha una prospettiva propositiva, dall’altro ne consegue una più riflessiva, ordinata. La prima parte del percorso è forse stata principalmente quella di far ritrovare a questi particolarissimi alunni quel senso di propensione verso una prospettiva futuribile della quale, a volte, ci si dimentica con il passare degli anni.
Attraverso l’illustrazione rendi una visione ed interpretazione dettata dalla tua sensibilità. Per il progetto Trame hai dovuto tener conto anche degli input emersi dai focus sugli anziani svolti dagli psicologi NOEO. Come hai vissuto questa interazione?
GB: Il lavoro di NOEO è stato un importantissimo punto di contatto tra i risultati dei nostri incontri, ovvero la moltitudine di storie ed osservazioni scaturite dai colloqui iniziali, e tutta l’attività laboratoriale che ha caratterizzato la seconda parte del nostro percorso. L’iniziale attività di mediazione del confronto con gli anziani e la successiva interpretazione dei dati rilevati in questo contesto, ha infatti prodotto in termini concreti una serie di insiemi concettuali aventi alla base un numero variabile di parole più o meno ricorrenti, condivise e presenti nella maggioranza dei racconti di ciascun partecipante e quindi capaci di delineare una struttura analitica ben precisa del quadro emozionale, più vago ed empirico, che avevamo di fronte. In questo senso l’Analisi Emozionale del Testo, ovvero il metodo di ricerca adottato dagli psicologi ha svolto sul mio lavoro il fondamentale ruolo di scrematura di tutta una serie di ragionamenti possibili in un contesto così complesso quale San Basilio e la sua storia, a favore di altri incentrati necessariamente sulle narrazioni degli anziani. Da qui è nata l’idea condivisa di interpretare e costruire insieme agli anziani una serie di tre immagini incentrate sui temi del passato, del presente e del futuro del quartiere, delle quali sia io che loro potessimo essere gli effettivi autori, ma soprattutto delle quali potessero avere una percezione completa ed esaustiva, allo scopo di creare dei lavori che a loro volta funzionassero da veicoli utili ad amplificare voci, pensieri, racconti e punti di vista spesso e volentieri tenuti nascosti dai ritmi della quotidianità urbana. In questo senso ci è sembrata funzionale l’idea di utilizzare i codici QR, legati idealmente ad un presente proprio delle nuove generazioni, come mezzo grafico di comunicazione pubblica.
Giulio Bonasera

Come sei riuscito a coniugare illustrazione e partecipazione degli anziani?
GB: Devo dire che tutta la seconda parte del progetto, sviluppata in un workshop di quattro giorni ed il successivo lavoro di “interviste” e documentazione, ha preso corpo in modo abbastanza spontaneo; considerando che l’illustrare è un’attività tradizionalmente legata alle parole, intese come il contesto a cui l’opera grafica deve essere in grado di allacciarsi per esserne pienamente partecipe e quindi altrettanto comunicativa, la nostra conseguente attività di laboratorio si è concretizzata in un lavoro di interpretazione grafica di alcune parole, dapprima più generali, e successivamente riprese dal report prodotto da NOEO. Se nell’arco della prima giornata di incontri, gli anziani hanno cominciato a sperimentare su loro stessi la differenza tra il rappresentare su un foglio bianco un oggetto concreto ed un concetto astratto, si sono poi concentrati nei laboratori seguenti su quei determinati termini che nell’arco dei nostri confronti su passato, presente e futuro erano stati usati con maggiore frequenza. Cominciando a “miscelare” più termini abbiamo infine sperimentato tutta una serie di possibili accostamenti di parole che potessero essere significativi e che potessero portare al concepimento di ognuno dei tre lavori, prodotti nelle giornate a disposizione. Questo modo di affrontare le storie di tutti, ci ha permesso di sviluppare dei lavori a più mani dove ognuno si sarebbe potuto riconoscere, e del quale avrebbe potuto dare una propria interpretazione.
Ti eri già confrontato con un contesto complesso come San Basilio? Quale segno speri di lasciare?
GB: Credo che fondamentalmente ogni contesto anche all’apparenza poco articolato abbia una sua più o meno affascinante complessità della quale non se ne coglie la natura fino a che non se ne entra in contatto in modo concreto ed approfondito. Sotto questo aspetto Trame è stato per me, romano e residente in una zona relativamente limitrofa a San Basilio, un’esperienza particolarmente significativa della quale ho avuto modo di sentirmi partecipe sotto vari e molteplici punti di vista. Detto ciò la complessità propria di un territorio così storicamente particolare come quello di San Basilio è un fenomeno non comune che porta con sè, nell’analizzarla, tutta una serie di implicazioni delle quali non si può non tenerne conto. Anche  in questa determinata accezione i lavori sono stati sviluppati volendo cogliere gli aspetti più particolari delle narrazioni, delle riflessioni sul quartiere e delle voci, dalle quali non traspare un desiderio di autorevolezza nei confronti di un vissuto comune, né tantomeno la pretesa di voler essere depositarie di verità assolute, ma che esprimono piuttosto la necessità di confrontarsi, conoscersi e dialogare, non solo tra gli appartenenti ad un contesto piuttosto che un altro, per capire quanto il contributo unico di ogni individuo sia alla base della ricchezza di una cultura comune che possa essere percepita e condivisa da un numero il più possibile ampio di persone.
Giulio Bonasera, Illustratore

Intervista a Valerio Muscella | TRAME_Trasmissioni di Memoria

Foto Valerio Muscella www.valeriomuscella.com
Foto Valerio Muscella http://www.valeriomuscella.com

Nella fase di selezione degli artisti per il progetto TRAME è uscito il nome di Valerio Muscella, un fotografo dall’obiettivo molto sensibile, in grado di cogliere sfumature e istanti significativi all’interno di comunità e realtà eterogenee. Il suo percorso in questi mesi ha incrociato quello di Trame, in particolare quello della cucina e della pista del Bocciofilo Ville di Roma, e Sabato 13 giugno ci porta alla scoperta di una piccola comunità nella comunità, dei volti che hanno caratterizzato la sua conoscenza del territorio e della memoria collettiva. Una serie di ritratti e scatti di vita quotidiana daranno corpo a una mostra allestita all’interno del bocciofilo stesso.

Il tuo strumento è lo fotografia. Quali momenti hai voluto immortalare per il progetto Trame?

VM: Ho scelto di seguire due percorsi fotografici: quello del ritratto ambientato posato e quello del racconto in stile documentaristico. Ho utilizzato il ritratto per entrare in relazione con le persone in maniera attiva e partecipata, chiedendo loro di posare nel campo da bocce e utilizzando una visione grandangolare frontale dando forza al punto di fuga dietro il soggetto. Ho voluto questo effetto straniante che costringe l’occhio in una sola direzione, perché il bocciofilo di San Basilio è spesso presentato come un posto talmente chiuso da sembrare inaccessibile, fuori dal mondo. Ad ogni ritratto frontale ho scelto di accostare una foto del soggetto durante il lancio di una boccia, per gioco, in modo tale da restituire la peculiarità di ogni giocatore e dando uno spessore al movimento. L’altro percorso fotografico è quello del racconto della vita quotidiana delle persone che attraversano il bocciofilo con l’intento di sottolinearne gli aspetti relazionali di quella che può essere considerata una piccola comunità nella comunità di San Basilio.

Quali difficoltà hai avuto a relazionarti con il contesto e l’età?

VM: Non ho avuto particolari difficoltà a relazionarmi con le persone che frequentano il bocciofilo.

Foto di Valerio Muscella www.valeriomuscella.com
Foto di Valerio Muscella http://www.valeriomuscella.com

Nello specifico tu hai lavorato con gli anziani del Bocciofilo che avevi avuto occasione di incontrare durante il progetto SanBa del quale sei stato fotografo ufficiale. Pensi che questa tipologia di progetti possa portare cambiamento reale nelle periferie?

VM: Sono i territori a produrre i cambiamenti di cui hanno bisogno e se i progetti sono veramente partecipati e dal basso i cambiamenti auspicati saranno sempre in linea con le esigenze dei territori. Quindi la risposta è si.

Ti sei già occupato di progetti sociali come il recente web documentario “4Stelle Hotel”. In quale modo hai utilizzato la fotografia? 

VM: Ho utilizzato la fotografia nello stesso modo in cui la sto utilizzando ora nel progetto Trame: come strumento di esplorazione, di conoscenza, di gioco e di racconto.

Valerio Muscella, Fotografo

Bocciofilìa
una mostra di Valerio Muscella e il Bocciofilo Ville di Roma
Sabato 13 giugno dalle 17.30 al Bocciofilo Ville di Roma in via Recanati 44, San Basilio, Roma.

Costruire nuove Trame a San Basilio tra interazione e sperimentazione.

TRAME_Trasmissioni di MemoriaIl progetto TRAME – Trasmissioni di Memoria muove dalla volontà di dare voce a un microcosmo di entità materiali e immateriali, localizzato in un angolo della periferia romana. Gli abitanti, i palazzi, le strade, ma anche le idee, le tradizioni e i valori culturali che incarnano l’identità del luogo: un vasto serbatoio di memoria che pur mantenendo una sua peculiare unicità ricorda storie vissute altrove, in luoghi caratterizzati da una simile genesi.

Così TRAME tenta di sollecitare questa narrazione attraverso degli incontri e dei laboratori d’arte rivolti agli abitanti più maturi del quartiere. Loro, unici custodi di storie e aneddoti preziosi, hanno raccontato loro stessi attraverso riflessioni che coinvolgono la realtà che li circonda. Attingendo da questo repertorio con l’intenzione di restituire queste storie all’intera cittadinanza di San Basilio e non, il progetto TRAME si serve così dello sguardo plasmante dell’arte che legge in profondità e intravede, raffigurandola, la straordinarietà del quotidiano.

Cos’è TRAME?

Memoria e cultura, arte e territorio, questi sono i concetti cardine del progetto; l’idea è quella di porre l’accento sulla componente umana, intesa come progressiva (e in ultima analisi, autonoma) riscoperta delle proprie ricchezze, sia a livello individuale che collettivo. Tentando di far allineare il regno del reale con il regno dell’immaginario, abbiamo deciso di disegnare un modello progettuale ad hoc, che fosse munito di nuovi strumenti d’indagine.

Al di là della complessità che generalmente contraddistingue i progetti firmati da WALLS – la cui componente partecipativa presuppone una struttura complessa – in questo caso si è voluto costruire un gruppo di lavoro eterogeneo che condividesse metodi e obiettivi. Mimando la natura dialogica che si pone alla base dell’intervento artistico nel complesso, l’intera struttura è stata concepita come un organo interattivo ma costituito, al suo interno, da una serie di funzioni distinte svolte dalle singole componenti. Mentre i membri di WALLS si sono occupati degli aspetti curatoriali, fungendo da organo di coordinamento e direzione artistica, il gruppo di psicologi NOEO ha mediato l’azione di confronto con gli anziani e ne ha interpretato le espressioni servendosi di modelli scientifici. Gli artisti, servendosi della matrice analitica prodotta, hanno creato, attraverso un fitto scambio con gli anziani, dei manufatti artistici in alcuni casi e progettato performance ed eventi, in altri.

TRAME_Trasmissioni di Memoria

Appare evidente come l’elemento umano, incarnato nel caso specifico dalla forma identitaria dell’anziano, diventa contemporaneamente l’oggetto dell’azione progettuale, in quanto specifico campo d’indagine del lavoro artistico, e soggetto attivo, che prende parte al processo creativo nel momento in cui si realizza. Per queste ragioni, l’apporto del gruppo NOEO che funge da facilitatore del processo, si pone come condizione essenziale. Innescando, gestendo e direzionando la fitta rete di interazioni, l’obiettivo è stato quello di assicurare uno scambio fruttuoso a tutte le componenti in gioco. Grazie all’approccio utilizzato, di tipo scientifico-interpretativo, si è tentato di ricostruire la geografia emozionale del territorio, esaminando ‘la cultura locale’ cristallizzata in due realtà associative del quartiere: il Centro Anziani di via Pergola e il Circolo Bocciofilo Valli di Roma – non in termini riduttivi, ma esemplificativi. Senza questi strumenti metodologici, sarebbe risultato difficile restituire una lettura approfondita della percezione comune, i cui confini indefiniti si formano spesso sulla base di una interpretazione soggettiva e talvolta parziale. Inoltre, l’aver condotto un tipo di operazione analitica ha permesso di rafforzare l’attitudine auto-riflessiva dei singoli attori in merito al proprio operato e ha così svolto un’azione di controllo/contenimento sul raggiungimento degli obiettivi prefissati a livello globale.

Ad ogni modo, sebbene scaturita da esigenze progettuali le cui finalità miravano all’attivazione di processi positivi sul territorio, questa impostazione tendeva ad appesantire la condizione degli artisti: attribuendo esplicitamente una responsabilità sociale all’arte, che la permea intrinsecamente, a livello ideale, ma non sul piano del reale/del fattivo, si rischiava di imporre una condizione di concretezza e di conferire uno status diverso all’intervento artistico. Per lo stesso motivo, la forte propensione ad agire dall’interno di un modello così fortemente strutturato e che introduceva linguaggi e modi di produzione attinenti a discipline diverse rispetto a quelli tipici della produzione artistica rischiava di inibire la spontaneità dell’atto artistico libero da condizionamenti “interni”.

WALLS in questo senso ha agito mediando con le diverse parti, ha cercato di tutelare ‘l’integrità’ della presenza artistica da un’eccessiva compressione, partendo dall’assunto che l’intervento artistico nel suo manifestarsi deve mantenere una sua autonomia, seppur emergendo da un contesto specifico e dialogando con esso. L’azione di WALLS è intervenuta inoltre nella difficoltà di garantire una gestione aperta e orizzontale della pianificazione del progetto, in virtù della natura composita della struttura e della varietà di approcci artistici, assicurandone al tempo stesso la coesione in un’azione unitaria e coerente. Alla fine di questa esperienza, l’impressione che permane è che il variegato scenario umano da un lato e dall’altro dell’azione, sia dalla parte di chi ha proposto questo esperimento, sia dalla parte di chi l’ha accolto, abbia in ultima analisi effettivamente raggiunto una dimensione di scambio reciproco e di espressione corale.

In linea con le intenzioni più profonde del progetto, relative alla (ri)costruzione di legami dei singoli con altri singoli (o gruppi) normalmente distanti e separati, la volontà è stata quella di lasciare che il dialogo e la conseguente narrazione accadesse rispettando i propri tempi e modalità di espressione. Per questo, il progetto TRAME è stato un progetto diverso dagli altri, un progetto diluito nel tempo, costretto a rallentare la frenesia produttiva che spesso s’impone, in conformità con la lentezza che contraddistingue l’anima del quartiere.
Possiamo considerarlo come un’insolita parentesi poetica. Poetica, perché sfiora le tonalità dell’animo nascoste, quasi impercettibili, difficili da cogliere con la sola intenzione comunicativa. Una manifestazione improvvisa, quasi inaspettata, che trasuda dal magma inconscio e, quasi con stupore, si affaccia nel regno del reale.

Così, mentre alcuni frammenti di storie e ricordi prendevano vita, si coloravano e si definivano emergendo da un grezzo blocco monolitico, le assenze e i vuoti si riempivano e le distanze si accorciavano.

Francesca Lacroce, Segreteria di Produzione, WALLS

 

San Basilio | Come nasce una borgata

San Basilio, Roma. Foto Valerio Muscella

Periferia è un termine indistinto, traditore,  riempito di luoghi comuni. Descrive qualcosa intorno ad un centro,  come se arrivasse un momento nel quale ci si accorge che questo centro è finito, chiuso, oltrepassato.
Borgata è un termine forte, che segnala un’area che da vocabolario è “aggruppamento di edifici suburbani, sviluppatosi come soluzione provvisoria e divenuto insediamento stabile con grossi problemi infrastrutturali e di inserimento nel tessuto urbano”.

Quindi, quando il centro finisce, arriva la periferia e nella periferia ci sono le borgate. Questa evidente progressione di senso tende a definire che chi abita fuori dal centro è fuori, fuori da cosa? Fuori dalla storia, dal potere, dalla bellezza. A San Basilio, ma la sensazione è condivisa da molte borgate, sembra di vivere sospesi nel tempo mentre la città ti cresce intorno, ti ingloba senza farti sentire parte di essa ma elemento estraneo, figlio illegittimo di una metropoli che sa della tua esistenza e che ti mantiene in vita con l’ossigeno al minimo.

Questa è la storia di San Basilio. Dalla costruzione delle prime case, durante il fascismo, poco è cambiato. Neanche l’arrivo della metro B a Rebibbia agli inizi degli anni ’90 sembra aver affrancato questa periferia da mancanze di ogni genere. Ancora nel 2015 piscina, cinema, Asl e poste non risultano pervenute, una deficienza cronica dei servizi più basilari. Costruito durante il fascismo e composto da abitazioni basse e malsane, viene lentamente risanato a partire dagli anni ’50. I caseggiati in materiale autarchico vengono via via demoliti e scompare così la scritta DUCE, composta da alcuni di essi e visibile solo sorvolandoli in aereo.
Le prime case che possono definirsi tali vengono costruite con i fondi del piano Marshall, nasce così il villaggio UNRRA CASAS (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) subito dopo la seconda guerra mondiale. Un luogo surreale, ricco di verde e case basse, piccoli vicoli da paese determinano un’atmosferaancora oggi bloccata nel tempo. A poco a poco, a partire dal ’54, l’Istituto delle Case Popolari inizia la costruzione dei lotti partendo dalla zona ovest sul versante della Tiburtina. Tutta San Basilio è popolare e gli abitanti provengono da diverse parti di Roma, veri e propri deportati moderni, chi dalle baracche di Gordiani e chi da Trastevere,  alcune testimonianze ricordano anche degli esuli dalmati.

San Basilio, Roma. Foto Valerio Muscella

La riflessione che nasce dalla storia del quartiere ci porta a domandarci come sia possibile che un’area di queste dimensioni, venisse costruita a sette chilometri dal Verano e da San Lorenzo, lasciando nel mezzo ettari di campagna, baracche e piccole fabbriche. La Tiburtina è ancora una strada sterrata quando si costruisce San Basilio ma la luce, il gas e l’acqua sono strumenti indispensabili alla vita quotidiana. 

Questi servizi, che per forza di cosa dovevano percorrere tutta la consolare, serviranno poi a chi su quei terreni incolti, che dividono la città dal quartiere, aveva mire speculative? Rimane quindi il dubbio che ci ripromettiamo di approfondire: le borgate sono degli avamposti della speculazione? San Basilio, costruito lontano dal centro, è un figlio di questo genere di operazioni? Il primo e reale dato di fatto è che gli abitanti sono gli inermi soggetti di questo gioco di potere che ieri, come oggi, li blocca in una condizione sospesa, di attesa e di delega, figli di un luogo nato per volontà politiche più che umane e sociali.

Simone Pallotta, Curatore, WALLS

Elementi di Bocciofilìa

Elementi di Bociiofilìa Foto Valerio Muscella

Il gioco delle bocce è uno sport nel quale gli attrezzi sono delle sfere rigide in materiale metallico o sintetico, dette bocce, ed una sfera dal diametro inferiore, detto pallino. Il gioco delle bocce è diffuso in tutti e 5 i continenti, in un totale di oltre 110 nazioni.

“Ndo sò finito stavolta?” mi è capitato spesso di pensarlo nella mia vita, assieme al resto delle domande che cadono l’una sull’altra a effetto domino subito dopo la prima: “che ce sto a fà qua? N’è mejo pensà alla salute? E questi mò chi sò?”. Nel momento in cui partono queste domande che mettono in discussione l’esperienza dell’adesso-qui, in genere capisco di stare sulla strada giusta. E spesso la strada giusta è quella del baretto, ma stavolta no, è quella del Bocciofilo di San Basilio.

I giocatori di una squadra lanciano a turno la propria boccia, alternandosi con i giocatori della squadra avversaria.

Il primo giorno carbonara, il secondo spaghetti alle vongole, il terzo fettuccine funghi e prosciutto. È un attimo capire perché sono tornato il quarto giorno. Tra un pasto e l’altro, poi, storie, tresette, vino contadino, racconti, birrette, televisione e sigarette; e un andirivieni di figli, nipoti, cognati, amici, sorelle, ex, compagne, risate, ricordi e politica. Perfetto.

L’accosto è un lancio di precisione che ha come obiettivo far arrivare la propria boccia il più vicino possibile al boccino. I giocatori che si specializzano in questo tipo di lanci vengono detti “puntatori”, o “accostatori”.

Come in ogni casa che si rispetti, c’è sempre chi si dedica alla prima accoglienza dell’ospite, che si preoccupa per il suo benestare e che introduce alle pratiche quotidiane del posto mostrandone i luoghi: un corridoio iniziale con due panchine sempre calde, un baretto dove farsi caffè e ammazzacaffè, la sala accanto per le carte, una sala grande dove ci si riunisce per mangiare e guardare la televisione, ancora qualche tavolo all’aperto per l’accuso e in fine due campi da bocce.

La bocciata è un lancio che viene effettuato con più forza ed ha come finalità quella di colpire una o più bocce avversarie con l’intenzione di allontanarle dal boccino. I giocatori che si specializzano in questo tipo di lanci vengono detti “bocciatori”.

Ho impiegato poco tempo per ambientarmi e questo dovrebbe farmi riflettere, lo so, perché sentirsi a proprio agio nel bocciofilo di San Basilio è una sensazione piuttosto discutibile, per lo meno se non sei di San Basilio. Qualche giorno fa sono entrato e nessuno mi ha detto niente, solo un paio di cenni di saluto e Stefano che mi dice: “Vabbè, mo basta, mò se voi da beve te alzi e te pii er bicchiere. Mo sei de casa mica vorrai esse servito!”. Giusto.

L’obiettivo del gioco è quello di avvicinarsi il più possibile con il maggior numero di bocce al pallino.

La disponibilità alla relazione che sto trovando in Stefano e Gino, l’apertura al confronto der Cipolla e di Marco, i racconti di Vincenzo e di Franco e l’ospitalità di tutti gli altri, sono tutti elementi che mi rendono testimone della vita di una piccola comunità nella comunità, sotto poco più di 3 metri di tetto, in una borgata che attira su di sé una valanga di stereotipi sospesi nel manicheismo urbano che contrappone la comunità autentica e pura da un lato ed emarginazione, microcriminalità e degrado dall’altro.

Ora che le regole sono chiare, comincia la partita.

 

Valerio Muscella, Fotografo